Blue Whale: affogare nel vuoto interiore

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Blue Whale: affogare nel vuoto interiore

Come possiamo proteggere i nostri figli dalla minaccia del momento

Negli ultimi tempi si è sentito molto parlare del Blue Whale, alcuni casi di cronaca avvenuti in varie città d’Italia che hanno visto coinvolti teenagers colti in atti di autolesionistici o presunti tentato suicidio hanno dato il via ad un tam tam mediatico culminato con i recenti servizi di noti programmi come “Le Iene”. Di conseguenza ragazzini e genitori hanno cominciato a conoscere questo nome dall’aria apparentemente innocua.

Che cos’è il Blue Whale

“Blue Whale” prende spunto da un fenomeno che avviene realmente in natura: questi imponenti cetacei, per motivi di ordine diverso, spesso si spiaggiano sulle coste senza riuscire più a rientrare in acqua, andando inevitabilmente incontro ad un’atroce morte per asfissia e disidratazione.

I biologi hanno riscontrato che il fenomeno ha come protagonisti interi gruppi di balene, in quanto può capitare che l’intero branco smarrisca la via, oppure che, tentando di soccorrere un singolo esemplare del branco, anche gli altri si ritrovino nella medesima situazione di pericolo. Ci troviamo quindi di fronte ad un fenomeno di massa, le cui similitudini riscontrate con gli effetti evidenziati sui giovani ragazzi sono davvero moltissime.

Blue Whale è un gioco di adescamento online che si compone di 50 azioni da svolgere con cadenza giornaliera impartite da un cosiddetto “tutor” ai suoi seguaci tramite l’utilizzo dei social. Durante i 50 giorni in cui si pratica il gioco, tali azioni vengono viste come ‘preparazione alla morte’, che si raggiunge con il gesto finale di lanciarsi nel vuoto da un edificio il più alto possibile. Le azioni fondamentali che caratterizzano questo insieme di comandamenti quotidiani vanno dall’autolesionismo (incidersi la pelle o tentare di tagliarsi le vene dei polsi con lamette) fino a pratiche che ricordano la “Cura Ludovico” vista in Arancia Meccanica, come guardare film dell’orrore per 24 ore di fila, ascoltare una particolare musica associandola a video psichedelici e soprattutto non dormire.

Quando io ero bambino e poi adolescente la tipica raccomandazione che mi veniva fatta dai miei genitori era di non dar retta agli sconosciuti; oggi, nell’era dominata da Internet e dai social, va da sé che questa raccomandazione non abbia più senso di esistere. Negli ultimi dieci anni infatti il concetto di conosciuto e sconosciuto si è radicalmente modificato così come il significato del termine “amico” troppo spesso frainteso o confuso con il termine “contatto”.

Oggi c’è la pretesa di conoscere persone che in realtà al massimo ri-conosciamo perché le abbiamo viste sui media o perché li abbiamo tra i nostri contatti su un social. Blu Whale è soltanto una delle possibili tragiche conseguenze di una cultura in cui l’amicizia sta lentamente perdendo potere a favore della notorietà digitale.

Dire ai ragazzi di non dar retta agli sconosciuti è ad oggi un messaggio che non verrebbe recepito in alcun modo, così come tutta una serie di divieti che se già una volta non funzionavano granché, oggi come oggi sono non soltanto completamente inutili, ma soprattutto non comprensibili dai ragazzi a cui dovrebbero essere indirizzati.

Come possiamo allora difendere i ragazzi dall’oceano di pericoli contenuti dai social?

Secondo la mia opinione l’unica via percorribile è quella di una prevenzione attiva, che non si basi sui possibili divieti da mettere in atto, ma sull’introduzione di una serie di valori che possano fungere da bussola a chi, in giovane età, solca i mari digitali rischiando di incappare in spiacevoli incontri. Se ci pensiamo bene è assurdo che un ragazzo di 14 anni decida di seguire le regole che gli vengono date da uno sconosciuto e sedicente “tutor”, soprattutto alla luce del fatto che queste regole vanno tutte nella direzione dell’autodistruzione. Non ascolteremmo mai una persona che per strada ci dice di ferirci con le nostre stesse mani, eppure questi ragazzi sono disposti a seguire queste regole mortali comunicate loro da un perfetto sconosciuto.

A mio parere è questo il reale quesito che dobbiamo porci: il vuoto interiore portato alle nuove generazioni dal mondo digitale è veramente arrivato al punto di poter esser colmato con qualunque cosa?

Come in una puntata di Black Mirror siamo ormai completamente vittime dell’aldilà virtuale, ed è assolutamente necessario intervenire per porre fine a tutto questo incominciando un percorso di educazione emotiva e relazionale, che da sempre è l’unica via privilegiata per conoscere noi stessi e le persone che ci circondano. Noi siamo le nostre relazioni, e soltanto attraverso di esse possiamo conoscere noi stessi, se le relazioni sono vuote o virtuali ci impediscono di capire chi siamo generando un vuoto interiore che ci rende vulnerabili, indifesi, prede facili.

Passata la moda del Blue Whale ne comincerà presto un’altra e le vittime saranno tutti i ragazzi inconsapevoli, ragazzi perennemente in cerca di una guida, disposti a chiamare “tutor” o “maestro” la prima persona in grado di sbirciare dentro la loro anima con un po’ di psicologia spicciola, surfando nel vuoto interiore delle persone.

Il risultato è che, anche nell’era del digitale, è sempre la stessa cosa che ci differenzia, ci salva e ci protegge da noi stessi e dagli altri: l’anima. Il rapporto con noi stessi e con la nostra profondità va oltre tutto, genera una consapevolezza che ci protegge e ci guida verso una vita felice. Oggi come ieri è fondamentale promuovere una educazione che consenta lo sviluppo interiore, una via per non finire come le balene blu.

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