Conoscere i chakra VII

Il primo chakra- seconda parte

Liberamente tratto da “ La psicologia dei chakra” di Anodea Judith

Guarire il primo chakra

Inizialmente è fondamentale comprendere la situazione del rapporto esistente tra una persona ed il suo corpo e con l’ambiente. Le indicazioni fondamentali ci vengono fornite dall’aspetto e dalla forma del corpo e dallo stile con cui ci si relaziona con l’ambiente circostante. Osservare come una persona cammina, parla, si muove, respira o sta seduta ci rivela i modelli interni che sono in azione. Osservando il corpo possiamo vedere una vera e propria dichiarazione fisica dei processi interni come contrazione, espansione, conflitto, gelo, dissociazione o annientamento. Tali stati sono dichiarazioni energetiche a cui si associano determinate emozioni; tali stati cambiano in relazione a quello che accade in un determinato momento.

Quando si lavora sul primo chakra è fondamentale mantenere la persona in contatto con le sensazioni fisiche aiuta a farla lavorare sui propri contenuti rimossi. E’ necessario fare continuamente riferimento ai processi fisici che si sperimentano, per esempio si può chiedere “che cosa prova il tuo corpo quando hai paura?”.

A volte è utile far disegnare il corpo su un grande foglio di carta con delle matite colorate, si dice di disegnare il modo in cui il corpo si sente, senza cercare di creare un qualcosa di realistico. Una persona troppo magra potrebbe disegnare il suo corpo come un pallone gonfiato se è questo il modo in cui si percepisce, oppure una persona spaventata, contratta può disegnare un corpo molto piccolo che occupa soltanto una piccola parte della pagina. Questo esercizio mostra in maniera grafica, non intellettualizzata, quello che avviene dal punto di vista energetico dentro quella persona che ora può osservare forme che fino a quel momento erano inconsce.

Altro processo fondamentale per uscire dalla dissociazione de corpo è quello di ristabilire una comunicazione con lui dando voce alle varie parti che lo compongono.

Ci si distende, si fa rilassare la persona tramite un esercizio che ricorda il Body Scan presente nel protocollo MBSR messo a punto da John Kabat Zinn. Successivamente si chiede alla persona di parlare a nome dei propri organi quando questi vengono interpellati. Ad esempio se il terapeuta dice “testa” il paziente risponde “ Io sono la mia testa e mi sento…”. Quando tutto il corpo ha avuto modo di esprimersi si rilegge al paziente tutto quello che abbiamo scritto senza leggere quale parte del corpo l’ha detto.

Chakra in eccesso e in carenza

È di fondamentale importanza determinare eccesso e carenza all’interno di un chakra prima di agire in qualsiasi modo sulla persona. Un chakra in eccesso godrà di grandi benefici con esercizi di rilassamento e scarico, mentre un chakra in difetto avrà bisogno di esercizi di stimolo che carichino il chakra.

Carica è un termine che deriva dalla bioenergetica che indica l’eccitazione di base del corpo, sentiamo la carica quando siamo arrabbiati, stimolati sessualmente, spaventati e più in generale un qualunque stato emotivo intenso. Si esperisce la carica quando siamo in pericolo di vita, quando proviamo un profondo contatto spirituale ecc.

Alcuni aspetti relativi alla nostra infanzia contengono una grande carica positiva o negativa che ci rende ipersensibili ad aspetti che hanno molta carica e possiamo reagire in modo eccessivo o evitare in modo compulsivo tali situazioni. Possiamo richiamare la carica tramite esercizi di radicamento, aumentando la respirazione, con le visualizzazioni ecc. Aumentare la carica aumenta la consapevolezza del proprio corpo aumentandone la vitalità. Se una persona è depressa o appare con un corpo debole e privo di forma, è necessario aumentare la carica per dargli un senso di benessere. La depressione in sintesi è uno stato di sottocarica, una mancanza di eccitazione.

Carenza

Un primo chakra carente è contratto, vuoto, debole; tale contrazione spinge la persona verso l’interno, come se stesse cercando di rendersi il più piccola possibile. Una persona può spingere la propria energia verso l’alto, il centro o il baso. Se la contrazione spinge verso l’alto il primo chakra è svuotato e la persona perde le sensazioni in quella parte del corpo. Chi ha un primo chakra carente non riconosce l’importanza del corpo, potrebbe avere un corpo eccessivamente poco tonico, trascurare l’igiene o il vestire ecc. I chakra carenti devono essere radicati dinamicamente e rispondono bene al lavoro svolto in piedi e all’uso di esercizi che caricano il corpo.

Eccesso

Un primo chakra in eccesso si sente pesante, è solido ma troppo pesante. Il corpo può essere ampio e denso con eccessi di peso soprattutto intorno ai fianchi, sulle cosce e sulle natiche. Se non c’è un problema di peso ci sarà un problema legato alla rigidità muscolare che rende il corpo resistente ai cambiamenti. Mentre il carente si agita molto, la persona con eccesso del primo chakra riesce a non muoversi mai, può lamentarsi di rigidità, indolenza, noia, timore dei cambiamenti o dell’incapacità di alzarsi da terra. Ama le routine, la sicurezza ed il possesso delle cose. Non è interessato alle cose spirituali, preferisce la concretezza, il suo aspetto è curato ed i suoi confini sono molto rigidi.

Chakra equilibrato

Quando il primo chakra è equilibrato e solidamente radicato e dinamicamente vivo, ha dei confini ben chiari ma non rigidi, sa espandersi e contrarsi, si sente bene con il suo corpo.

Valutazione storica                                                     

Per comprendere gli eventuali eccessi e carenze del primo chakra è importante conoscere alcuni aspetti della prima parte della nostra vita. L’esperienza di allattamento, della prima infanzia, cosa succedeva nella nostra famiglia in quel periodo (malattie gravi, difficoltà varie, che tipo di cure e nutrimento venivano dalla madre, il rapporto della madre con il proprio corpo, esistenza di minacce per la nostra sopravvivenza o per la sopravvivenza della nostra famiglia).

Di solito il rifiuto e la trascuratezza provocano delle carenze per cui al sistema non arriva abbastanza energia per costruire delle solide fondamenta; stress, soffocamento o pericoli più numerosi creano un eccesso.

Alle volte due persone reagiscono in maniera opposta alla stessa violenza, una elimina il contatto con il corpo e l’altra si dedica solo a quello.

I problemi persistenti ci danno sempre un indizio del processo in atto:

“ ho sempre problemi di salute”, “non riesco ad ingranare”, “ho sempre paura”, “ sono sempre senza una lira”; questo tipo di problemi solitamente indica problemi di eccesso o carenza.

Strategie generali

Il primo chakra rappresenta la nostra realtà fisica, quando questo è danneggiato è compromessa la qualità della nostra relazione con il mondo fisico; quindi tanto nei casi di carenza quanto in quelli di eccesso il procedimento di guarigione passa tramite la creazione di una nuova relazione con la nostra fisicità, con la terra e con l’ambiente circostante.

Per lo schizoide con primo chakra carente è importante creare una relazione con il corpo affermativa e piacevole, sono consigliati massaggi (per spezzare l’armatura del corpo contratto tramite una esperienza piacevole) ed esercizio fisico per pompare energia attraverso il corpo creando un senso di connessione con esso.

E’ importante abituare la persona a far riferimento alle sue sensazioni corporee mentre parla o si muove “cosa accade nel tuo ventre mentre mi racconti questo?”, “hai notato come cambia il tuo respiro quando mi parli di tua madre?”. Ogni emozione ha la sua sensazione fisica di riferimento, quando la risposta fisica viene chiarita, quando questa viene chiarita, la sensazione può essere intensificata esagerando quella risposta oppure alleggerita tramite una risposta uguale o contraria “Irrigidisci ancora di più il collo”. Intensificando l’emozione la aiutiamo a passare dall’inconscio al conscio dove può essere esaminata ed elaborata. Alle volte alcune sensazioni negative possono essere alleggerite istruendo la persona a compiere il movimento opposto; cambiare i movimenti del corpo in questa maniera facilita una risposta catartica.

In caso di traumi molto pesanti è necessario lavorare prima sul radicamento per poi passare a questa fase di liberazione.

La struttura fisica e quella emozionale sono interdipendenti, es. cambia una cambia l’altra, un cambiamento nella struttura fisica aiuta a sorreggere una nuova risposta emotiva e il cambiamento nell’esprimere le nuove emozioni aiuta a sostenere delle nuove posizioni fisiche.

Lavorare sui piedi

Si può lavorare sui piedi direttamente (massaggio, arcuare e flettere, scalciare ecc.) o lavorare mentre si sta in piedi lavorando con le palle per massaggiare i piedi ad esempio, o semplicemente rimanendo in piedi senza scarpe cercando di esperire le sensazioni legate al radicamento aumentando la pressione dei piedi contro il pavimento aiutando l’energia a s correre attraverso il corpo scaricandosi a terra.

Quando questa prima parte del lavoro con i piedi è stata fatta si chiede alla persona di stare in piedi scalza e di fare esperienza dei suoi piedi come sostegno del peso del corpo e di percepire la consistenza del terreno sotto i piedi. È fondamentale chiedere a spesso al paziente cosa sente mentre fa questo tipo di lavoro.

Stare in piedi durante una seduta di psicoterapia aumenta l’energia fisica, nega la passività e sostiene l’indipendenza; l ostare in piedi fa uscire la persona dallo stadio infantile e fa emergere la parte adulta.

Anche per il terapeuta è importante osservare la postura della persona sia quella conscia (quella che teniamo quando siamo osservati) che quella inconscia (che teniamo senza riflettere).

Esercizio di radicamento

  • Sistemare i piedi ben aperti con le ginocchia leggermente flesse e le dita aperte e fare pressione con i piedi contro il pavimento come per spaccarlo.
  • Mantenere la posizione mentre il terapista spinge contro il suo sterno piantando i piedi bene a terra.
  • Chiedere di piegare e addrizzare le ginocchia più volte inspirando quando si piega ed espirando quando si raddrizza.
  • Le gambe inizieranno a tremare ad indicare l’energia che scorre nelle gambe e nei piedi, il tremore aumenterà continuando a fare l’esercizio. Questa energia può essere usata per far rivivere parti del corpo  che sono “morte”, la si può direzionare verso l’alto o dove vogliamo.
  • Osservare come reagisce la persona a questo aumento di carica, se nasce ansia bisogna elaborarla o diminuirla rallentando o interrompendo l’esercizio rimanendo fermi e interrogando la persona sulle sensazioni che prova il corpo per farla accedere al suo vissuto.
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Tecniche di regressione

Usando le tecniche di respirazione circolare o rebirthing, tramite un certo tipo di respirazione da praticare in posizione distesa è possibile sbloccare i blocchi energetici contenuti all’interno del corpo, far riemergere ricordi di vario genere che possono risalire anche all’utero ed alle esperienze di parto.

Il respiro olotropico inventato da Grof aiuta a rilasciare le tensioni profonde trattenute nel corpo.

Questo tipo di tecniche vanno fatte con persone molto esperte perché sono tecniche potenti e gli esiti delle sedute devono poter essere condivisi con un professionista adeguato.

Esistono anche esercizi più semplici e meno impegnativi per lavorare con gli stadi della prima infanzia:

  • Far sdraiare il cliente con la schiena a terra e le gambe flesse con i piedi che spingono contro il terreno.
  • Facilitare il rilassamento tramite la respirazione profonda e portare la persona a spingere i piedi contro il pavimento.
  • Chiedere al cliente di sollevare le gambe e farle ondeggiare come farebbe un infante al contempo si possono far emettere suoni non articolati che aiutano ad arrendersi al movimento dell’energia.
  • Poi in balconcino rovesciato per arrivare al tremore e si incoraggia la persona ad arrendersi al tremore continuando a respirare.
  • Dopo aver accumulato questa carica si chiede alla persona di scalciare con ginocchia piegate e distese, anche qui il suono aiuta questo fino a che il cliente non è stanco e si riposa.

Questo tipo di esercizio va bene per scaricare la rabbia di fondo e per rompere la rigidità, non va bene per l’abbandono e la mancanza di cure.

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Conoscere i chakra VI

Il primo chakra- seconda parte

Liberamente tratto da “ La psicologia dei chakra” di Anodea Judith

La formazione e l’evoluzione di Muladhara

L’utero è la nostra prima esperienza del corpo, per questo motivo tale ambiente ha una importanza fondamentale per lo sviluppo del primo chakra. La qualità della nutrizione della madre ed il suo stato emotivo sono di fondamentale importanza per la struttura del terreno personale del bambino. Se la madre è impaurita o tesa l’utero si contrae e viene invaso da sostanze chimiche che stimolano energie molto intense e questo diventa uno stato normale per il feto. Durante i primi 6 mesi dopo la nascita il concetto di sé non esiste, la presenza della madre e l’ambiente circostante sono parte di una esperienza di vita totale, indifferenziata e la coscienza è orientata esclusivamente al corpo. Lo stato della madre e dell’ambiente equivalgono quindi alla prima esperienza del sé. Se la madre è tenera e attenta e l’ambiente caldo e confortevole allora noi percepiamo così noi stessi sviluppando fiducia in noi e nell’ambiente circostante. Se la madre non è accudente e l’ambiente non è confortevole o addirittura è insidioso, la nostra prima esperienza del sé vitale avrà una carica negativa. Questa sorta di programmazione che avviene in questi primi mesi di vita costituisce la base fondamentale di tutto lo sviluppo seguente.

Se i movimenti e i suoni come il pianto procurano sollievo al bambino sotto forma di accudimento lo stato fusionale tra interno ed esterno non si interrompe fino a che non si arrivi ad un sufficiente sviluppo motorio; se il bambino è incapace di veder soddisfatte le proprie necessità si va creando una crescente sfiducia verso l’esterno e una dissociazione verso il mondo interiore. Se infatti i nostri impulsi istintivi non portano ad ottenere quello di cui necessitiamo, allora impariamo ad ignorarli ed a percepire il mondo come ostile.

A sei mesi, quando il bambino impara a sedersi, a mettersi verticale, inizia l’era del secondo chakra, mentre gli sviluppi del primo continuano ad andare avanti.

Traumi e violenze

Tutte le esperienze che minacciano la nostra sopravvivenza vanno ad impattare sul primo chakra. Più è piccolo il bambino maggiori sono i danni che possono verificarsi sul primo chakra. Un primo anno privo di traumi crea delle fondamenta solide.

Quando un neonato si trova in pericolo è costretto a ricadere su sé stesso, una cosa che in questo stato evolutivo è impossibile essendo lui completamente dipendente dagli altri. Quando accade una cosa del genere, la corrente energetica discendente si blocca e si potenzia quella ascendente che porta l’energia verso i chakra superiori dove si sente maggiormente al sicuro. Se questo succede spesso, il. Movimento ascendente diventa abituale, deprivando i chakra inferiori e destabilizzando tutto il sistema.

Riprendersi dai traumi di nascita o dei primissimi mesi di vita è una esperienza assolutamente non intellettuale che necessita di un ritorno all’ascolto del corpo ed ai suoi movimenti, consentendoci di immergerci nella sua fisicità.

Trauma di nascita

La nascita è la nostra prima esperienza di sopravvivenza, l’usanza tipica di questa era di separare il feto dalla madre dopo la nascita aumenta la pericolosità di questo tipo di trauma. L’esperienza di nascita così come oggi è concepita, rappresenta un enorme shock al nostro antico sistema nervoso.  Anche l’incubatrice può portare gli adulti che da piccoli ne hanno avuto bisogno ad avere problemi a stabilire un rapporto di intimità con gli altri o ad accettare l’isolamento dagli altri come normale.

Per lavorare con questo tipo di traumi e più in generale con i blocchi energetici creati dalle esperienze traumatiche sono di sensazionale utilità le tecniche di respirazione olotropica ideate da Stanislav Grof e sua moglie che hanno a loro volta dato origine alle tecniche di rebirthing e di respiro circolare transpersonale.

Abbandono

L’abbandono, sia fisico che emotivo va ad impattare direttamente sulla nostra sopravvivenza. Ad esempio un bambino che non viene toccato sperimenta una sorta di abbandono anche se gli vengono fornite le altre cure di cui ha bisogno. Brevi periodi di abbandono sono normali e non causano danni permanenti, periodi più lunghi causati da ospedalizzazioni, divorzi ecc. creano un profondo senso di insicurezza.

Nelle adozioni ad esempio i genitori adottivi sono tenuti ad offrire ancora più amore, sostegno e sicurezza di quanto non si farebbe con un bambino naturale. L’abbandono minaccia la nostra sopravvivenza, ci fa sentire non voluti e mette in discussione il nostro diritto di esistere, va a scatenare paure che inibiscono risposte appropriate a situazioni comuni. Ad esempio un adulto che tema l’abbandono, tenderà a non esprimere le sue opinioni che teme siano discordanti con quelle dell’altro per paura di essere abbandonato, oppure incasserà ogni minima critica ricevuta come un segnale di abbandono.

L’’abbandono nei primi anni crea un eccesso nel primo chakra che compensa con la dipendenza dalla sicurezza, dal cibo, dalle persone a cui si vuole bene, dalle routine ecc.; questo porta le persone a diventare dipendenti dalla sicurezza di ciò che hanno, mettendo la loro energia in un modello di mantenimento che fornisca false certezze.

Anche la trascuratezza è una forma di abbandono, contrasta con il tentativo del primo chakra di dare stabilità, può provocare vergogna ed intaccare l’autostima. Nella trascuratezza rientra la malnutrizione, funzione basilare del primo chakra. Alcuni bambini vivono in uno stato costante di fame, altri sono iper nutriti con cibo non adatto, altri ancora vengono manipolati dai genitori attraverso il cibo.

Violenza fisica

La violenza fisica provoca il dolore e insegna ai bambini a dissociarsi dalle sensazioni fisiche. L’ansia scatenata dalla violenza provoca uno stress ormonale il cui stato di agitazione può creare dipendenza che può portarci alla necessità di creare crisi nel corso della vita per poterci sentire più vivi e meno dissociati. La crisi ci pone in uno stato di sopravvivenza continua, la paura è una compagnia costante e si trasforma in una pietra di paragone con l’esperienza dell’esser vivi.

Traumi ereditari

E’ possibile ereditare dai nostri genitori degli aspetti del primo chakra in maniera inconscia. Per esempio genitori con traumi di guerra, di povertà, persecuzione, che hanno perso un figlio precedentemente o che hanno problemi non elaborati con il sopravvivere possono inconsciamente trasmettere le loro paure ai loro figli.

Esiste infatti un inconscio familiare che contiene l’inconscio della famiglia attuale e delle precedenti generazioni; all’interno di questo flusso energetico vi sono eventi traumatici di vario genere che, se non vengono in qualche modo affrontati ed elaborati, possono ricadere sulle generazioni successive in maniera anche molto violenta. Sono le cosiddette lealtà invisibili di cui ci parla Anne Anceline Schutzenberger nei suoi meravigliosi libri.

Il lavoro ideato da Hellinger sulle costellazioni familiari, è una via privilegiata per lavorare sui campi di coscienza che costituiscono l’inconscio familiare. Tramite tale tecnica è infatti possibile sciogliere i nodi che si sono. Creati anche molti anni prima e che ancora gravano nella nostra vita di ogni giorno.

Effetti dei traumi e delle violenze

Spesso per le persone che sono stati privati dell’accudimento, i confini sono un qualcosa di misterioso, se i nostri confini non funzionano è il mondo stesso a fornirceli; le altre persone ci respingono, le forze dell’ordine ci puniscono e le malattie ci immobilizzano. Se invece le necessità del primo chakra sono state soddisfatte non avremo alcuna difficoltà nel costruirci confini adeguati; saremo in grado di re quando abbiamo mangiato o bevuto a sufficienza, quando una relazione ci ha stufato sapremo ritirarci sicuri di esser sostenuti dalle nostre radici. Se le nostre necessità legate al primo chakra invece non sono state soddisfatte avremo paura dei confini, dei limiti, cercheremo ossessivamente gli stati fusionali che ci sono stati negati senza mai sentirci soddisfatti, appagati, felici.

Quando ci viene negato il nostro terreno, quando dobbiamo sopperire alle difficoltà di sopravvivenza della nostra famiglia, i confini non si formano, si diventa dipendenti o co-dipendenti perché ci siamo dovuti occupare di un genitore malato o dipendente da sostanze, di un fratello lasciato solo o invalido. Quando certi doveri sono necessari per la sopravvivenza, allora la sopravvivenza è equiparata all’assenza di confini.

Chakra superiore dominante

Le esperienze negative che minacciano la sopravvivenza intensificano il movimento verso l’alto dell’energia fisica, se il corpo infatti non si sente al sicuro, il bambino distoglie l’attenzione dalla sensazione spiacevole e taglia fuori da se le sue sensazioni fisiche. La corrente discendente viene inibita e la maggior parte dell’energia viene inviata verso la testa.

Una persona in queste condizioni può essere bloccata nel corpo, non in grado di accorgersi dei propri bisogni, funzioni queste ad appannaggio del primo chakra. Il risultato di questo processo è la frequente contrazione di malattie durante le quali si presta attenzione al corpo solamente quando grida ad un volume altissimo, questo infatti è visto come una entità aliena, una cosa statica. Le persone con una corrente ascendente accelerata è ipervigile verso i segnali provenienti dall’esterno, come se fosse nel costante tentativo di collegarsi con qualcuno che si prenda cura di lei o sempre in allerta verso un qualche pericolo. Con un primo chakra carente il corpo viene annullato e la coscienza viene elevata creando una enorme frattura tra mente e corpo.

Ovviamente quando il primo chakra è danneggiato questo si ripercuote anche negli altri chakra, la sessualità ne viene affetta in quanto esperienza del corpo, dei sensi e di contatto.

La struttura caratteriale: lo schizoide creativo e intelligente

Lo schizoide è detto anche creativo, perché è molto intelligente ed interessato verso la spiritualità. Questo tipo di struttura può svilupparsi fin da dentro l’utero, quando per esempio si ha una madre spaventata o arrabbiata che trasmette queste emozioni al figlio. In questo contesto il bambino non riceve un senso di libertà, di sicurezza, comincerà a contrarsi e questa modalità. Contratta diventerà il suo naturale modo di essere.

Se la madre si è allontanata dal proprio corpo avrà difficoltà a trasmettere un sano senso di radicamento al bambino; potrebbe non toccare a sufficienza l’infante quando il contatto è la vera affermazione dell’esistenza per un neonato. A causa della mancata affermazione del corpo il carattere creativo pone in dubbio il suo diritto di esistere, il nostro primo diritto in assoluto. Il corpo viene negato e con esso la soddisfazione dei suoi bisogni.

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Conoscere i chakra V

Il primo chakra- prima parte

Liberamente tratto da “ La psicologia dei chakra” di Anodea Judith

CARATTERISTICHE FONDAMENTALI: corpo, fondazione, sopravvivenza, radici, collegamento, nutrimento, fiducia, salute, casa, famiglia, prosperità.

Il primo chakra è chiamato Muladhara che tradotto significa radice, si trova alla base della colonna vertebrale ed è il fondamento dell’intero sistema dei chakra. La posizione che occupa è di grande importanza, infatti senza fondamenta forti non si può realizzare nulla. Le fondamenta infatti sono essenziali per definire la forma della struttura sovrastante, determinando quello che può sostenere, quanto può divenire alta e quanto sarà resistente.

L’elemento che impregna queste fondamenta è l’istinto di sopravvivenza, un istinto primitivo che assicura il funzionamento del programma di base della nostra esistenza. Quando questo istinto viene soddisfatto diventa una routine che lavora in background permettendo alla nostra coscienza di impegnarsi in altro; quando invece viene minacciato domina tutte le altre funzioni della nostra coscienza tenendo il corpo in un perenne stato di allerta iperstimolata, intriso dagli ormoni dello stress che attivano il sistema simpatico e quindi la risposta istintiva del fuggire-combattere. La persona che si trova in queste condizioni si sente agitata, tesa, non riesce a riposare bene.

Quando il primo chakra è danneggiato veniamo assillati da problematiche legate alla sopravvivenza, la salute, il denaro, l’abitazione o il lavoro.

Gli istinti di sopravvivenza sono basilari all’interno dell’inconscio collettivo, come tendenze ereditarie e preferenze, che si sono fatte strada nella psiche umana nel corso dell’evoluzione. Se questi istinti naturali vengono negati vi è una frattura tra il risveglio della coscienza e il centro più profondo del nostro essere, siamo privati del corpo e scollegati dall’ambiente circostante.

Il demone del primo chakra è la paura, questa sorge quando la nostra sopravvivenza viene minacciata. La paura attiva il nostro corpo con sostanze come l’adrenalina per renderlo pronto all’azione e fronteggiare al meglio la minaccia; siamo ipervigili, ansiosi e agitati senza possibilità di rilassarci e lasciarci andare.

Se durante la nostra crescita il pericolo era spesso presente, allora il nostro programma di sopravvivenza di base sarà intriso di paura che è diventata a questo punto la nostra sola sicurezza per quanto possa sembrare paradossale. Essere in un continuo stato di allerta ci fa sentire al sicuro, il rilassamento aumenta il senso di disagio.

Tutto questo stress a cui viene sottoposto il corpo (e quindi le nostre fondamenta vacillano) alla lunga può causare vari tipi di disturbi (pressione alta, problemi allo stomaco, sistema immunitario debole, insonnia, stanchezza cronica ecc).

La paura ci risveglia dallo stato di abbandono e fiducia tipico dell’infante, quando infatti non possiamo affrontare la minaccia che ci spaventa, ci adattiamo alla paura e ci modelliamo intorno ad una contrazione e agitazione di base.

Combattere la paura equivale a rafforzare il primo chakra e stabilizzare le nostre fondamenta, rendendole capaci di sostenerci. Per far questo dobbiamo riuscire a comprendere la paura, capire da dove proviene, in che modo ci è stata utile in passato ecc. Il secondo passo è permettere al corpo di esprimere le risposte istintuali alla paura; se ci spinge a correre, gridare o ci rende rabbiosi, dobbiamo lasciare che il corpo manifesti queste risposte alla paura. Il terzo passo consiste nello sviluppare la forza e le risorse per affrontare in futuro situazioni di minaccia analoghe.

Quando avremo visto, compreso ed espresso la nostra paura allora essa potrà diventare nostra alleata, la paura infatti si basa sull’istinto di autoconservazione e, se abbiamo un rapporto sano con lei ci insegnerà a prenderci cura di noi stessi.

Muladhara è quindi il chakra della radice, le radici rappresentano il luogo da cui veniamo (la terra, gli antenati, la famiglia, la storia personale), non possiamo negare il nostro passato ed avere delle radici solide necessarie per uno sviluppo energetico buono. Per svilupparle dobbiamo individuare le radici della nostra infanzia, verificare in che terreno siamo nati e se necessario trapiantarci in un terreno migliore. D’altronde il primo chakra corrisponde proprio all’elemento terra. Per portare Muladhara alla coscienza è necessario essere consapevoli delle proprie radici, queste infatti spesso hanno influenze inconsce sul nostro comportamento legate ad aspetti del nostro passato.

Un primo chakra sano ci consente di radicarci energeticamente, questo ci offre una fonte di forza collegando il nostro corpo all’ambiente; fisicamente tutto questo avviene attraverso i piedi e le gambe che inviano al corpo l’energia che prendono dalla terra scaricando l’eccesso di nuovo al suolo.

Il nutrimento è la forma di supporto più importante per la nostra sopravvivenza, senza di questo crolliamo. Le persone che presentano una forma di collasso fisico, manifestano una mancanza di supporto nella loro vita, probabilmente mettono in discussione il loro diritto di esistere, si nutrono con difficoltà o soffrono di sindrome da abbandono.

I disturbi del comportamento alimentare sono spesso manifestazioni del primo chakra e della sua relazione con il nutrimento.

Essere in connessione con le nostre radici, ci consente di essere connessi con il nostro corpo e con il mondo fisico, ci da la forza per occuparci di noi stessi e di prenderci cura dell’ambiente che ci circonda (cucinare, pagare affitto, tasse mutuo, essere in ordine noi e la nostra casa ecc.). Per essere in grado di soddisfare le nostre necessità primarie dobbiamo essere in grado di trattare il nostro immediato ambiente fisico, trovare in esso ciò di cui necessitiamo per la conservazione nostra e dei nostri cari.

Il primo chakra è il più specifico e limitato nel sistema; una limitazione rappresenta un confine che separa qualcosa da quello che lo circonda per poterlo così definire. Il confine è una delimitazione necessaria che ci permette di avere qualcosa di intero. Per manifestare la nostra essenza dobbiamo accettare la nostra limitazione, in questo modo possiamo concentrarci su quello che vogliamo. Spesso le persone manifestano un attaccamento esagerato al concetto di libertà, si rifiutano di accettare qualsiasi tipo di limitazione abbastanza lunga da permettere alla persona di manifestare le sue necessità fondamentali. L’esito di tutto questo è che non hanno alcuna libertà, ma una schiavitù al livello di coscienza del primo chakra. Quando siamo in accordo con le limitazioni del primo chakra, la nostra energia aumenta e in maniera naturale si espande verso altri livelli. Se ci ribelliamo alle limitazioni rimaniamo nella modalità di sopravvivenza, se accettiamo il nostro limite diventiamo capaci di trascenderlo.

Quando veniamo separati dall’esperienza del nostro corpo, veniamo separati dalla nostra stessa vitalità, dall’esperienza del mondo circostante e dalla nostra più profonda verità di base. Diventiamo dissociati, le nostre azioni, scollegate dal corpo, diventano compulsive, non sono più alimentate dalla coscienza o dalle sensazioni, le svolgiamo solamente spinti da una qualche urgenza inconscia di trovare un ponte tra mente e corpo.

La sconnessione dal corpo è una sorta di epidemia culturale che oggi si va diffondendo molto rapidamente; è una forma di alienazione che ci separa dalle radici dell’esistenza. I lavori ripetitivi e degradanti che spesso svolgiamo annichiliscono i nostri sensi e ci disconnettono dalla gioia data dal contatto con il nostro corpo.

Molte persone diventano dipendenti da sostanze, addormentano la loro vitalità con cibo, droghe, sostanze tossiche e varie attività compulsive. Ci viene insegnato dalla cultura di riferimento e dalla religione a controllare il corpo attraverso la mente che è considerata superiore. Perfino il training degli psicoterapeuti solitamente ignora completamente il ruolo fondamentale che il corpo svolge per la salute mentale.

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Conoscere i chakra IV

I sette diritti

Liberamente tratto da “ La psicologia dei chakra” di Anodea Judith

Introduzione Parte IV°

Ogni chakra riflette un diritto fondamentale dell’essere umano. La perdita di questi diritti blocca il chakra. Recuperarli è una parte fondamentale del processo di guarigione.

PRIMO CHAKRA: il diritto di esistere. Per essere radicati nel primo chakra dobbiamo avere un senso istintivo del nostro diritto di esistere, se non siamo in possesso di questo diritto infatti difficilmente riusciremo a reclamarne altri. Collegato al diritto di esistere vi è il diritto di avere ciò che necessitiamo per vivere. Un bambino non voluto, dubita del suo diritto di esistere e di conseguenza avrà difficoltà ad ottenere in seguono quello che gli servirà nella vita. Il diritto di avere è alla base della capacità di contenere, di tenere e mantenere. Tutte caratteristiche di un primo chakra sano.

SECONDO CHAKRA: il diritto di provare emozioni. In una cultura nella quale ci viene detto che le emozioni vanno contenute se non celate, dove la sensibilità viene scambiata per debolezza, viola il nostro diritto di sentire. Quando il diritto di provare emozioni viene castrato, perdiamo il contatto con noi stessi e siamo scollegati. Collegato a questo diritto vi è il diritto di volere, infatti se non possiamo provare emozioni, difficilmente sapremo cosa vogliamo. La possibilità di godere di una sana sessualità è strettamente collegata a questo diritto.

TERZO CHAKRA: il diritto di agire. Nelle culture basate su modelli comportamentali molto definiti bloccano il diritto di agire tramite il timore della punizione e la costrizione all’obbedienza. La maggior parte delle persone segue le orme degli altri, timorosa delle innovazioni e ancor di più della libertà. Senza il diritto di agire la nostra vitalità diminuisce così come la nostra autorità interiore. Collegato a questo diritto vi è il diritto di essere liberi.

QUARTO CHAKRA: il diritto di amare ed essere amati. Se i genitori non sono sufficientemente in grado di amare e curare i figli questo chakra viene danneggiato. Questo diritto inoltre viene danneggiato da giudizi razzisti, culturali, dalla guerra e da tutto quello che crea inimicizia tra i gruppi. Essendo il chakra centrale, questo viene danneggiato anche in relazione a danni subiti dagli altri chakra.

QUINTO CHAKRA: il diritto di dire e ascoltare la verità. Quando all’interno della nostra famiglia non ci è consentito di parlare apertamente, spesso non si viene nemmeno ascoltati, ci sono segreti da mantenere, questo chakra viene danneggiato. Quando i genitori, la cultura o il governo ci mentono, il nostro diritto viene violato. Imparare a comunicare in modo chiaro è fondamentale per riappropriarsi di questo diritto.

SESTO CHAKRA: il diritto di vedere. Questo diritto viene danneggiato quando ci viene detto che quello che vediamo non è reale, quando le cose vengono volutamente nascoste o negate. Quando i bambini assistono a cose che vanno al di là della loro comprensione, diminuiscono la loro capacità di vedere. Questo può alterare sia la visione fisica che la percezione psichica più sottile.

SETTIMO CHAKRA: il diritto di conoscere. E’ il diritto ad essere informati, a conoscere la verità, di sapere cosa accade. Allo stesso modo ci sono i diritti spirituali, ovvero il diritto di essere a contatto con il divino nella modalità che preferiamo. SE ci viene imposto un dogma spirituale i nostri diritti vengono danneggiati. Questo soffoca la ricerca del settimo chakra.

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Meditazione e cambiamento

Abbiamo spesso riflettuto negli articoli precedenti su quanto siamo schiavi degli automatismi messi in atto dalla nostra mente per orientarsi nella realtà. Abbiamo visto quanto sia importante non confondere la mappa con il territorio per non rischiare di trovarsi perennemente fuori strada a causa di una mappa sbagliata di cui neanche conoscevamo l’esistenza. Abbiamo infine visto come esista un altro livello, una epistemologia diversa con la quale osservare il mondo e la vita, grazie alla quale poter godere appieno del momento presente liberi dai dolori del passato, dalle ansie per il futuro, liberi dalla bramosia e dall’ossessione per il controllo.

Abbiamo sviluppato eccessivamente gli aspetti materiali dell’esistenza sacrificando quelli più profondi, emotivi e spirituali. Per fare qualcosa è necessario cominciare da noi stessi, osservarci dentro per diventare consapevoli delle dinamiche mentali che controllano la nostra lettura del mondo. Non potremo infatti cominciare a fare cambiamenti importanti nel nostro modo di vivere fino a quando non cominceremo a vederci per quello che siamo, soltanto a questo punto i cambiamenti avverranno in maniera naturale, senza sforzo alcuno. Semplicemente cambiamo.

Per arrivare a questo tipo di cambiamento è necessario aver chiaro chi siamo e come siamo, senza giudicarci e senza ingannarci; dobbiamo comprendere qual è il nostro posto nella società, la nostra funzione sociale, comprendere i nostri doveri nei confronti degli altri e soprattutto verso noi stessi.

Può sembrare una comprensione complessa da raggiungere ma spesso può avvenire in un istante se abbiamo coltivato la presenza mentale tramite la meditazione.

Lo scopo che si propone la meditazione è esattamente quello di purificare la mente liberandola dai cosiddetti irritanti psichici ( avidità, odio e gelosia); meditare riporta la mente ad uno stato di tranquillità e consapevolezza.

La società moderna tiene molto all’istruzione, ma a livello emotivo fa evidentemente un lavoro molto superficiale. La meditazione invece ammorbidisce l’uomo direttamente dall’interno consentendogli di comprendere sé stesso. Maggiore è la nostra comprensione e maggiormente riusciremo a essere flessibili, tolleranti e compassionevoli. Proviamo amore per gli altri solo quando li comprendiamo, li capiamo solamente quando abbiamo capito noi stessi. Guardando dentro di noi abbiamo scoperto l’autoinganno a cui ci sottoponevamo e ci siamo perdonati. Se riusciamo ad essere compassionevoli con noi stessi, allora potremo esserlo autenticamente anche con gli altri.

La meditazione assomiglia alla coltivazione della terra. Per ottenere qualcosa da una terra vergine prima bisogna rimuovere gli alberi, arare e fertilizzare il terreno e infine piantare i semi, solo alla fine potremo fare il raccolto. Quando si coltiva la mente prima ci si libera dei vari pensieri irritanti, poi si fertilizza il terreno con la disciplina, alla fine si semina e si raccoglie la nostra nuova consapevolezza da cui nascerà la nuova epistemologia.

Lo scopo ultimo della meditazione è quindi la trasformazione personale. Meditando infatti trasformiamo il nostro carattere attraverso un processo di sensibilizzazione che ci rende consapevoli dei nostri pensieri e delle nostre azioni. L’arroganza e l’odio scompaiono lasciando spazio alla comprensione e all’empatia per gli altri e per noi stessi modificando la nostra lettura degli alti e bassi della vita, riducendo la tensione, lo stress e la paura che attanagliano le nostre vite.

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Conoscere i chakra III

Conoscere i chakra

Liberamente tratto da “ La psicologia dei chakra” di Anodea Judith

Introduzione Parte III°

Il blocco dei Chakra

Solitamente i blocchi sono in relazione alle funzioni che i chakra svolgono, per esempio se per noi è difficile comunicare abbiamo un blocco nel 5° chakra, se viviamo nella paura è bloccato il terzo, ecc.

Come detto prima i chakra sono bloccati dalle esperienze negative, indottrinamenti culturali, traumi fisici e psichici ecc.

Come ci dice Kabat Zinn nei suoi libri sulla mindfulness, l’uomo sviluppa delle strategie per affrontare le difficoltà che la vita gli pone di fronte, più queste strategie vengono utilizzate e maggiormente questi schemi diventano automatici, non ne controlliamo più l’attivazione. Questi schemi diventano man mano modelli cronici che si ancorano a corpo e mente come vere e proprie strutture difensive che lavorano tanto sul piano mentale, quanto sul piano corporeo. Nel corpo si vanno via via creando dei modelli fissi che modellano la nostra muscolatura che impediscono il libero scorrere dell’energia anche quando le minacce che avevano attivato l’automatismo sono terminate. Questa perenne tensione è chiamata armatura caratteriale. Tale armatura influenza la nostra postura, il nostro metabolismo, i nostri stati emozionali, i nostri sistemi interpretativi, percettivi ed i nostri sistemi di convinzioni. Tutto questo ovviamente crea delle conseguenze in tutte le nostre attività quotidiane.

E’ di fondamentale importanza comprendere i blocchi che abbiamo per comprenderne l’origine e il significato nascosto al loro interno, e sviluppare degli strumenti adeguati che sciolgano il  blocco.
Per sbloccare un chakra è necessario intervenire su più livelli: 1- essere in grado di comprendere le dinamiche di quel particolare chakra, 2- esaminare la nostra storia personale in relazione agli aspetti di quel chakra per comprendere come le nostre esperienze personali possono aver alterato il suo funzionamento; 3- utilizzare tecniche ed esercizi che possano agevolare lo sblocco del chakra

( meditazione, mindfulness, kundalini yoga, respiro circolare/rebirthing ecc); 4- Bilanciare gli eccessi e le carenze di quel determinato chakra.

Eccessi e carenze

Gran parte dei nostri problemi nascono dal troppo o troppo poco di qualche cosa, la nostra vita è una eterna ricerca di equilibrio. Il modo in cui affrontiamo lo stress, i traumi o i problemi della vita quotidiana solitamente rientra in una di queste due categorie: accrescere la propria energia per combattere il problema, o diminuirla per sottrarsi alla situazione. Sono sempre strategie che vanno per eccesso o per difetto.

Ad esempio se una persona è molto tonica fisicamente fino ad essere iper-tesa, ansiosa per ogni dettaglio, ossessiva riguardo i particolari e super organizzata allora è superbloccata o in eccesso. Se invece una persona cerca di sottrarsi alle situazioni, è vaga, inaffidabile, con un corpo poco tonico, di carattere molto mutevole, allora è probabile che sia poco compatta o carente.

Un chakra in eccesso è troppo intasato per essere funzionale, un chakra carente assottiglia l’energia e diventa vuoto e inutile.

Durante l’arco della nostra vita possiamo trovarci sviluppati in eccesso in alcune aree e carenti in altre. Ad esempio una carenza nel primo chakra può portare ad eccessi nei chakra superiori. E’ addirittura possibile presentare modelli in eccesso e carenti all’interno dello stesso chakra (chi è molto emotivo ma sessualmente frigido ad esempio ha entrambi i blocchi nel secondo chakra).

In ogni caso tutti i. chakra, sia che siano attivi in eccesso o per difetto hanno in comune il fatto di essere il prodotto derivato di strategie di adattamento volte ad affrontare traumi, stress o circostanze spiacevoli. Entrambi riconducono lo scorrimento dell’energia attraverso il sistema e bloccano l’espressione delle correnti energetiche di cui abbiamo parlato prima. Alla fine entrambi i tipi di problemi conducono a comportamenti disfuznionali e a problemi di salute.

Gli squilibri dei chakra possono essere affrontati in molto modi diversi: sia verbalmente attraverso la discussione e la psicoterapia, che fisicamente attraverso il lavoro corporeo tramite esercizi propriocettivi, lo yoga e molto altro, che spiritualmente attraverso la meditazione, la mindfulness, il respiro circolare ecc.

Le armature caratteriali                         

Dato che eccessi e carenze diventano parte integrante dei nostri modelli comportamentali cronici, possiamo anche descriverli come armature caratteriali. Tali armature sono il frutto del nostro vissuto, delle difficoltà sperimentate durante i vari stadi di sviluppo della vita; le modalità con le quali affrontiamo queste sfide diventano col tempo modalità abituali che operano al di là del piano cosciente sotto forma di risposte abituali inconsce, modelli autoperpetuantesi che tendono a ricreare le stesse situazioni che li hanno generati ( John Kabat Zinn in molti dei suoi libri sulla mindfulness definisce questo meccanismo il “pilota automatico”).

Alexander Lowen, continuando gli eccezionali studi di Wilhelm Reich, descrive cinque strutture caratteriali di base, ciascuna con caratteristiche molto peculiari; molti hanno un tipo di struttura con però caratteristiche di altre strutture. Spesso durante il lavoro di terapia possiamo scoprire che sotto una determinata armatura se ne nascondeva un’altra.

Le cinque strutture caratteriali indicate da Lowen sono:

  • Lo schizoide-creativo: una persona in cui mente e corpo sono molto separati a causa di una alienazione del primo chakra. Solitamente queste persone sono persone molto creative ed intelligenti con i chakra superiori molto sviluppati. Il loro problema ruota attorno al diritto di esistere (primo chakra).
  • L’orale-amante sono tipi molto orientati alla fase emozionale e al dare, sono indicati come gli amanti. Questa modalità insorge a causa delle deprivazioni nelle fasi di cura e nutrimento, le fasi in cui si è dipendenti da qualcuno. E’ collegato ai primi due chakra.
  • Il tollerante masochista: E’ una struttura fissata al terzo chakra. Privati della loro autonomia, i masochisti hanno la tendenza a tenere tutto dentro utilizzando un modello conflittuale che si muove attorno al compiacere ed il resistere rovesciando all’interno la loro energia bloccata. Sono persone forti e leali, buoni compagni nei momenti di difficoltà, per questo sono indicati come i tolleranti.
  • Il rigido realizzatore: dopo aver sofferto molto a causa della mancanza di approvazione durante i primi anni di vita, queste persone tendono a focalizzare tutte le loro energie sulla realizzazione. Hanno livelli di funzionamento molto alti ma temono le relazioni e l’intimità. Le loro difficoltà vanno fatte risalire al quarto chakra.
  • Lo psicopatico/sfidante: Hanno il terzo chakra troppo attivo e sono quindi troppo orientati all’esercizio del loro potere sugli altri. Difende i sottomessi e sfida i forti.
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Conoscere i chakra II

Conoscere i chakra

Liberamente tratto da “ La psicologia dei chakra” di Anodea Judith

Introduzione

Parte II

I chakra contengono le mappe con le quali ci muoviamo nella vita che è il nostro territorio. Noi abbiamo mappe per ogni cosa; una mappa per la sopravvivenza che ci avvisa quando dobbiamo mangiare, quanto dobbiamo dormire ecc., una mappa per la sessualità, per il potere, per l’amore, la comunicazione ecc. Il settimo chakra è l’organizzatore e gestore di tutte le mappe contenute nei chakra sottostanti.

Tutti noi funzioniamo con degli insiemi di mappe, che possono essere coscienti o meno. Per riuscire a vivere una vita completa e libera è necessario individuare le mappe contenute nei nostri chakra ed eliminarle o aggiornarle a seconda della situazione. I chakra contengono al loro interno delle subroutines programmate che determinano i nostri comportamenti. Ad esempio mangiare eccessivamente è una subroutine del chakra della sopravvivenza. Perdere la calma è collegato ad una subroutine del chakra del potere.

È come se i chakra fossero dei programmi e noi fossimo l’hardware sul quale questi girano. Pur utilizzando questi programmi non siamo in grado di comprendere il loro linguaggio; la vera impresa è identificare i nostri programmi e riscriverli mentre continuiamo a vivere. Questo porta alla guarigione.

Come un hardware elettronico funziona grazie all’elettricità, anche noi funzioniamo grazie all’energia presente nel nostro sistema mente-corpo; questa energia è chiamata Ki o Chi o Prana.

Per poter funzionare, qualunque nostro programma ha bisogno di questo tipo di energia, all’interno del nostro corpo le linee energetiche principali scorrono in maniera verticale, alcune linee energetiche secondarie possono scorrere anche orizzontalmente. In questo sistema energetico vi sono due polarità fondamentali: la polarità geocentrica che contattiamo con il nostro corpo, e la polarità della coscienza che possiamo esperire tramite la nostra mente. Quando il contatto energetico è stabilità tramite il corpo è detto collegamento, questo è derivato dal contatto materiale che stabiliamo con la terra attraverso i piedi e le gambe. Questo tipo di contatto ci dona quella connessione che ci fa sentire sicuri di noi, vivi, centrati e radicati.

La consapevolezza invece deriva dalla mente, è composta dai nostri sogni, le nostre convinzioni e dalla nostra memoria. Se la consapevolezza è slegata dal corpo è vaga, onirica e vuota; se è collegata con il corpo + possibile percepire una energia dinamica che scorre attraverso il nostro intero essere, lo spirito è infatti incarnato nel corpo.

I sette vortici dei chakra sono creati dalla combinazione della coscienza e della materia. Il flusso della coscienza entra tramite il 7 chakra e scende tramite il corpo verso il basso. Dal momento che i chakra rappresentano degli elementi che man mano che si va verso il basso (dal pensiero alla terra) diventano più densi, questo flusso può esser definito la corrente della manifestazione. Quando trasformiamo dei pensieri in parole o immagini stiamo attuando la manifestazione, la coscienza può manifestarsi esclusivamente prendendo corpo.

La corrente che invece si muove dal basso verso l’alto è la corrente della liberazione, i chakra infatti in origine furono pensati come un percorso verso la liberazione lungo il quale ci si libera dalle costrizioni del mondo materiale.

Un essere umano sano ha bisogno che queste due correnti siano costantemente in equilibrio tra loro; senza la corrente della liberazione rischiamo di trasformarci in robot, schiavi delle nostre subroutine ripetitive e con la coscienza addormentata. All’opposto senza la corrente della manifestazione ci trasformiamo in sognatori vuoti e privi di scopo, sognatori incapaci di realizzare le nostre idee.

Quando riusciamo ad unire le due correnti otteniamo l’unione delle polarità cosmiche che apre delle possibilità illimitate.

Entrambe le correnti subiscono l’influsso delle esperienze negative: dolori, traumi, condizionamenti sociali, ambienti oppressivi, tutto questo genere di esperienze ci separa dalle nostre fondamenta distanziandoci dalla corrente liberatoria.

All’altro estremo, la cattiva informazione e l’indottrinamento invalidano la nostra coscienza. Un bambino a cui viene detto che non ha visto quello che ha appena visto, o che non ha provato quello che ha provato, impara a dubitare delle sue percezioni; distacca istinto e memorie dalla consapevolezza cosciente e questo genera fobie, attività compulsive nelle quali il comportamento non corrisponde alla volontà cosciente.

Il nostro corpo per fortuna è in grado di recuperare i ricordi che la nostra mente ha dimenticato e, tramite la pratica di alcune attività quali la meditazione, la respirazione circolare, la mindfulness, lo yoga e molte altre è possibile rendere nuovamente cosciente ciò che costituisce le nostre fondamenta, riattivando alcune memorie che ci rivelano le bugie e gli equivoci bloccati dalla memoria che lentamente stanno uccidendo la nostra coscienza.

Allo stesso modo, quando si lavora con il lato più mentale, mentre si parla di alcune esperienze o ricordi, il corpo risponde con alcune sensazioni legate allo scorrere dell’energia in alcune parti del corpo vitali che fino a quel momento erano state annullate.

Il processo di guarigione è in sintesi reso possibile dall’integrazione della mente, del corpo e dell’energia. Non serve a molto comprendere senza azioni, o scaricare energia senza comprensione. Il cambiamento è reso possibile esclusivamente tramite l’integrazione di queste due correnti.[1]

Esistono anche due correnti orizzontali che scorrono all’interno ed all’esterno dei chakra, la corrente della ricezione e quella dell’espressione. Noi esprimiamo le correnti verticali per poterci esprimere a diversi livelli dei chakra (quello che esprimo attraverso il chakra della gola è contaminato da cose provenienti dagli altri). Allo stesso modo quello che riceviamo tramite le correnti orizzontali viaggia su e già tra i chakra. Quando un chakra è bloccato anche ricezione ed espressione sono alterate.

[1] Per maggiori informazioni consultare: A. Judith, il libro dei chakra. Nero Polizza, Vicenza, 1998.

Testo liberamente ispirato da: A. Judith, Il libro dei Chakra, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2018.

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Conoscere i chakra

Introduzione

Parte I

Liberamente tratto da “ La psicologia dei chakra” di Anodea Judith

Il sistema dei chakra è un modello filosofico dell’universo su più livelli, è nato in India circa 4000 anni fa, se ne parlava già negli antichi testi dei Veda.. Un chakra è un centro di attività che riceve, assimila ed esprime l’energia della forza vitale. La traduzione del termine chakra significa disco o ruota e fa riferimento a una sfera rotante di attività di natura bioenergetica che agisce dai principali gangli nervosi che sorgono dalla colonna vertebrale. I chakra sono 7, sono uno sopra l’altro e vanno a costituire una colonna di energia che va ad unire la base della colonna vertebrale alla sommità del capo. Esistono anche chakra di natura minore nelle mani, nei piedi e sulle spalle.

Così come le emozioni possono influenzare il nostro respiro, il battito cardiaco ed il metabolismo, allo stesso modo le attività dei chakra vanno ad influire sull’attività ghiandolare, sulla forma del nostro corpo, sulle affezioni fisiche croniche, sul pensiero e sul comportamento. Benché non possano esser visti in quanto non sono entità materiali, i chakra appaiono evidenti tramite la forma del nostro corpo, negli schemi che si manifestano nella nostra vita e tramite il nostro modo di pensare, di sentire e di affrontare le varie situazioni che la vita ci pone dinanzi. Possiamo vedere i chakra da quello che ci creiamo attorno.

In base alla loro collocazione nel corpo, i chakra vengono associati a vari stati di coscienza, ad elementi archetipici e a costrutti di natura filosofica. Per esempio i chakra più bassi, fisicamente più vicini alla terra, sono messi in rapporto con gli aspetti più pratici della nostra vita come la sopravvivenza, il movimento, l’azione ecc. I chakra superiori rappresentano aree mentali e funzionano su un livello simbolico tramite le parole, le immagini ed i concetti. Ogni chakra è collegato ad un aspetto della salute psichica dell’essere umano: 1- sopravvivenza,2- sessualità, 3-forza, 4-amore, 5-comunicazione, 6-intuizione, 7-cognizione. Ogni chakra a sua volta è collegato ad un elemento archetipico: 1-terra, 2- acqua, 3-fuoco, 4-aria, 5-suono, 6-luce, 7-pensiero.

Tutti insieme i chakra formano una scala che unisce il cielo alla terra, la mente al corpo e lo spirito alla materia. Dato che esistono sette livelli per i chakra e sette colori nell’arcobaleno, la vibrazione più bassa della luce visibile, il rosso, è associata al chakra di base e la più rapida e breve, il viola a quello della calotta cranica

Testo liberamente ispirato da: A. Judith, Il libro dei Chakra, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2018.

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Cos’è la Meditazione

Praticamente tutte le culture esistenti sulla terra hanno creato una qualche forma di pratica mentale. Volta alla concentrazione che potrebbe esser definita come meditazione. I risultati ottenuti solitamente sono gli stessi per tutte le pratiche di concentrazione: calma profonda, rallentamento del metabolismo, profondo senso di pace e benessere.

All’interno della traduzione buddista e nelle pratiche da essa derivate come la mindfulness la concentrazione è ritenuta molto importante, ma è vista come uno strumento per giungere all consapevolezza.

Nello zen per esempio vi sono due scuole, la scuola Soto e quella Rinzai.

Nella scuola Soto la pratica consiste nell’immergersi nella consapevolezza semplicemente sedendosi sul cuscino e rimanendo lì ad osservare il nascere e il divenire dei pensieri. La scuola Rinzai utilizza i Koan, ovvero degli indovinelli irrisolvibili che i praticanti devono sforzarsi di risolvere. Lo studente non potrà sottrarsi alla sofferenza di non riuscire a risolvere il koan e dovrà quindi abbandonarsi alla pure esperienza del momento.

Nello zen inoltre, per agganciarsi al momento presente, tutti i movimenti all’interno del dojo sono stati codificati, spesso i praticanti hanno dei ruoli o dei compiere da svolgere che vanno oltre il semplice stare sul cuscino

Nella vipassana vi è una coltivazione diretta e graduale della consapevolezza o presenza mentale; tale coltivazione procede un respiro alla volta, un passo alla volta in un percorso che dura per tutta la vita.

Il praticante si trova ad osservare sempre più chiaramente il flusso dell’esperienza della sua vita e delle persone che lo circondano; tramite la vipassana impariamo a stare realmente attenti ai cambiamenti che avvengono nel corso di tutte le nostre esperienze, impariamo ad osservare i nostri pensieri senza venirne catturati.

Anche la mindfulness, creata da Kabat Zinn in america negli anni ’70, si ispira alla vipassana ed allo zen. Allo stesso modo delle discipline dalle quali trae ispirazione la mindfulness mette a disposizione del praticante una serie di tecniche per consentirgli di vivere la vita momento. Per momento, in una consapevolezza personale che diventa sempre più precisa.

Kabat Zinn ha inoltre messo appunto un protocollo della durata di 8 settimane chiamato MBSR, che permette alle persone di approcciarsi alla Mindfulness per lavorare sulla sofferenza mentale e fisica tramite la presenza mentale. Durante lo svolgimento del MBSR le persone imparano a meditare, a stare con le proprie sensazioni ed emozioni senza giudicarle, lavorano con la meditazione e con lo yoga per ridurre i livelli di stress. Alla fine del protocollo le persone sono ormai avviate alla pratica meditativa e molte di loro continuano a praticare la mindfulness per tutta la vita.

Tanto lo zen, quanto la vipassana e la mindfulness hanno come scopo imparare a vedere la verità della natura impermanente, insoddisfacente e senza sostanza dei fenomeni. Esercitando la nostra consapevolezza, gradualmente diventiamo sempre più consapevoli di cosa siamo realmente al di sotto del’io. Queste pratiche sono una forma di educazione mentale, un processo investigativo durante il quale osserviamo le nostre esperienze nel momento stesso in cui avvengono.

Il processo che mettiamo in atto è di coltivazione della mente, coltivazione che ha lo scopo di favorire un modo speciale di vedere, capace di generare discernimento e piena comprensione. Impariamo ad ignorare l’impulso che costantemente ci spinge dove ci sentiamo maggiormente a nostro agio, e ci buttiamo nella realtà. La vera realizzazione arriva quando allentiamo la presa dal desiderio, dalla brama di agio; la reale bellezza della vita ci appare quando lasciamo cadere l’inarrestabile inseguimento alla gratificazione.

Nell’ottica buddista noi viviamo in una maniera abbastanza assurda, infatti nonostante ogni cosa che ci circonda sia in continuo mutamento, noi ci ostiniamo a considerare le cose impermanenti come permanenti, continuiamo ad illuderci di poter controllare persino questo. Quando poi, tutto d’un tratto ci accorgiamo che le cose sono cambiate, sono finite, ci sono sfuggite dalle mani ci struggiamo e piangiamo senza sosta. La causa di questo dolore è la nostra disattenzione, abbiamo smesso di osservare le cose per quello che sono, abbiamo costruito un sistema di convinzioni, lo abbiamo reso solido e ci siamo convinti che le cose sarebbero andate avanti così per sempre. Ma questo non succede mai.

Il nostro modo di percepire è spesso assurdo: trascuriamo la maggior parte degli stimoli sensori che percepiamo, e solidifichiamo li resto in oggetti mentali distinti. Poi reagiamo a questi oggetti mentali in modi abituali e programmati. Viviamo schiavi di queste abitudini mentali e percettive, impariamo a rispondere in questa maniera programmata fin da piccoli imitando le abitudini degli adulti. Tuttavia ciò che abbiamo imparato può essere disimparato, il primo passo per farlo è capire cosa stiamo facendo mentre lo stiamo facendo, mettendoci in una posizione di quieta osservazione.

Se impariamo ad osservare con sereno distacco il sorgere dei pensieri e le percezioni, impareremo a guardare con calma e chiarezza le nostre reazioni agli stimoli e lentamenta la natura ossessiva del pensiero muore generando una visione nuova della realtà, una nuova epistemologia di vita.

Liberamente ispirato da “La pratica della consapevolezza” di Henapola Gunaratana

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Perchè Meditare?

La meditazione è una attività meravigliosa che richiede tuttavia tempo, determinazione e disciplina. I maestri di meditazione sono soliti dire “Se ti prendi cura della tua pratica, lei si prenderà cura di te”. Ci sono sicuramente attività apparentemente più semplici e gratificanti che la società contemporanea mette a nostra disposizione per passare il tempo. Allora perché dovremmo decidere di dedicare tutto questo tempo e questa dedizione a meditare invece di uscire a divertici?

La motivazione è semplice, perché siamo esseri umani e tendiamo inevitabilmente ad un certo tipo di insoddisfazione, riguardante la nostra vita, le nostre relazioni, il nostro lavoro, quello che possediamo o non possediamo ecc. Una insoddisfazione che non va mai via. Certo, è possibile distrarsi, non pensarci, ci sono mille modi per farlo oggi ancor più di ieri, ma solitamente questa insoddisfazione ritorna sempre, e spesso con maggiore intensità.

Spesso ci ritroviamo a fare i conti con noi stessi e, nonostante una buona facciata, una vita che sembra scorrere placidamente e senza troppi problemi, siamo spesso preda di momenti di tristezza, di angoscia, di sensazioni di vuoto e solitudine in cui ci sembra che tutto possa crollarci addosso da un momento all’altro. Certo, per fortuna abbiamo dei periodi buoni in cui il lavoro va bene, o ci innamoriamo e, ancora una volta, siamo convinti di aver finalmente risolto tutti i nostri problemi. Poi però tutto questo svanisce all’improvviso, e ci ritroviamo nuovamente a fare i conti con noi stessi e con il nostro dolore. Il mondo ci appare nuovamente come orribile, noioso e vuoto.

Questo mal di vivere, somigliante all’”Animale” di cui ci parla Battiato, è un mostro con tante braccia: tensione, insensibilità emotiva, mancanza di compassione per gli altri.

Molte persone fanno finta che tutto questo non esista, fondano una intera cultura sul nascondersi dal mostro, distraendosi con traguardi da raggiungere, progetti e status sociale. Ma questa malattia non va mai via, continua senza sosta a scorrere sotto i nostri pensieri, è come una voce nel buio che ci dice che non andiamo ancora bene, che dobbiamo avere di più o dobbiamo dare di più o ancora che non abbiamo avuto abbastanza. E’ un suggeritore subdolo e maligno, Battiato dice “ Si prende tutto, anche il caffè”.

Vivendo in questa maniera la vita ci sembra un conflitto continuo che richiede un grande sforzo con scarse possibilità di successo, viviamo intrappolati nella sindrome del “sé soltanto…”: se soltanto fossi più ricco, se soltanto trovassi l’amore, se soltanto potessi dimagrire, se soltanto…

La nostra mente è invasa da tutto questo ciarpame costituito prevalentemente da abitudini mentali radicate in profondità, insidiose e perfettamente incastrate l’una con l’altra, una torre di Babele che abbiamo costruito nel corso degli anni, un pezzo alla volta, e che soltanto smontandola un pezzo alla volta, osservando senza giudicare tutti i pezzi che la compongono, aumentando la nostra consapevolezza di noi stessi, possiamo modificare e integrare dentro di noi.

Possiamo trasformare l’inconscio in conscio, lentamente, un passo alla volta, un respiro alla volta, praticando la meditazione nella forma che più si adatta al nostro modo di essere ( Zen, Mindfulness ecc).

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